Siglato il Patto Trans-Pacifico, con ripercussioni sul 40% dell’economia mondiale

Siglato il Patto Trans-Pacifico, con ripercussioni sul 40% dell’economia mondiale

Dopo cinque anni di trattative è stato raggiunto un accordo sul Partenariato Trans-Pacifico (TPP) guidato dagli USA. A siglare il trattato, il 5 ottobre 2015, insieme agli Stati Uniti, sono stati undici paesi situati sulle due sponde dell’Oceano Pacifico: Brunei, Giappone, Malesia, Singapore, Vietnam, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Cile, Messico, Perù, suggellando un patto di libero scambio che prevede di fissare gli standard degli scambi commerciali che riguardano il 40% dell’economia mondiale.

Senz’altro un successo da celebrare per Obama, che aveva inserito il Trattato tra gli obiettivi della sua presidenza. L’accordo, infatti, dovrebbe dare sostanza economica alla politica americana di rafforzamento dei legami con gli alleati degli Usa in Estremo Oriente, anche in chiave di contenimento della Cina (che non aderisce al TPP): è il cosiddetto pivot asiatico, uno spostamento del baricentro degli interessi americani verso quell’area del mondo che dovrebbe rappresentare una parte importante dell’eredità politica del presidente democratico.

Esclusa dalla lista, invece, la Cina, la più grande economia in Asia e la seconda nel mondo. Improbabile che il paese possa iscriversi al TPP a breve, a causa dell’incapacità di Pechino di rispettare le regolamentazioni imposte agli stati membri riguardo temi come i diritti del lavoro, l’impegno sulla protezione ambientale, la tutela dei diritti sulla proprietà intellettuale, la gestione valutaria, l’amministrazione di Internet e le politiche sulla concorrenza leale delle imprese statali.

Il TPP permette ai paesi membri di ridurre o abolire le tariffe per rendere il commercio più economico e promuovere gli affari in tutti i paesi coinvolti. Alcuni analisti cinesi hanno indicato che il TPP potrebbe accelerare il movimento dei posti di lavoro nelle fabbriche a salario basso fuori dalla Cina e all’interno dei paesi a basso costo come il Vietnam e la Malesia, dato che i produttori sono alla ricerca di benefici per il libero scambio dei loro tessuti e per altri prodotti.

Nel frattempo, la Cina ha perseguito i propri accordi commerciali bilaterali con paesi quali l’Australia e la Corea del Sud ed è anche impegnata nelle trattative del Partenariato Economico Comprensivo Regionale (RCPE), che collegherebbe tra loro i 10 membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico con l’Australia, Cina, India, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud, che rappresentano circa il 30% del prodotto interno lordo globale.

Per l’Unione Europea l’accordo è stato senz’altro motivo di riflessioni: il TTIP, infatti, il Trattato Trans- Atlantico che dovrebbe essere il gemello del TPP (e dovrebbe anche bilanciarlo), è finito da qualche mese su un binario morto per la difficoltà di colmare le distanze che rimangono tra Europa e Stati Uniti in diverse aree. Ma adesso che va in porto un accordo che cancella 18 mila dazi e barriere tariffarie in un’area che copre il 40 per cento del commercio mondiale, il Vecchio Continente potrebbe rischiare di rimanere indietro.

Va detto, infine, che il trattato non finisce con la firma già apposta dai ministri dei 12 Paesi: ora la parola passa ai Parlamenti e in alcuni casi — Giappone, Vietnam e, soprattutto, Stati Uniti — le opposizioni sono fortissime. Gli analisti affermano che gli effetti economici potrebbero essere minori rispetto alle previsioni di Washington. Obama spera di spuntarla grazie all’«anomala» alleanza che ha stretto coi repubblicani, ma ha contro quasi tutto il suo partito, i sindacati, alcuni grandi gruppi industriali, come la Ford.

Sviluppi senz’altro da seguire.

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