In quali paesi conviene esportare? L’importanza degli accordi commerciali, spiegata bene

In quali paesi conviene esportare? L’importanza degli accordi commerciali, spiegata bene

Quando un imprenditore o un export manager decidono verso quali mercati indirizzare la loro strategia export, devono considerare tanti diversi fattori. Per questo è utile appoggiarsi a dei professionisti, che possono fornire un quadro completo della situazione internazionale. Tra le voci che fanno maggiormente aumentare i costi (e quindi ridurre i profitti) per un esportatore troviamo le barriere tariffarie e non tariffarie, che negli ultimi anni abbiamo visto aumentare in maniera esponenziale. Questo non significa però la fine per il nostro export: l’Unione Europea ha infatti reagito concludendo accordi commerciali con i singoli paesi.

Cosa sono gli accordi commerciali, come funzionano e perché sono importanti?

Contesto di spinte protezionistiche e crisi di governance multilaterali degli scambi

Abbiamo spesso sentito parlare, dal 2018 in poi, di nuove spinte protezionistiche (dall’America di Donald Trump in particolare), ma il fenomeno era iniziato, con toni meno accesi, qualche anno prima. Queste misure hanno riguardato soprattutto la Cina, ma non hanno risparmiato l’Unione Europea e altri paesi. Inoltre, non hanno influenzato solamente l’imposizione di dazi, cioè la tassazione sulla circolazione delle merci, ma anche le cosiddette barriere non tariffarie, come vedremo più avanti.

L’Unione Europea è la maggiore utilizzatrice nel mondo degli accordi preferenziali (42 accordi attivi con 73 paesi)

Da questo scenario emerge l’importanza degli accordi preferenziali, che liberalizzano gli scambi tra i singoli paesi. Nel mondo sono attivi 302 accordi preferenziali, e l’Unione europea ne è la maggiore promotrice; USA e Cina, ad esempio, ne hanno rispettivamente solo 13 e 15.
Un ulteriore trattato della Commissione Europea con il Vietnam è in attesa di approvazione e ci sono state intese politiche per un nuovi accordi con i paesi del MERCOSUR e il Messico. Infine, sono in corso anche negoziazioni con Australia e Nuova Zelanda.

Gli accordi di nuova generazione

Ecco un altro termine di cui si è spesso sentito molto parlare: accordi di nuova generazione. Che cosa significa? In buona sostanza, oltre allo scambio di beni, regolamentato da tutti gli accordi di libero scambio, gli accordi di nuova generazione si occupano di un’intera gamma di attività che prima rimanevano scoperte. I servizi, ad esempio, gli investimenti diretti esteri, la protezione della proprietà intellettuale e l’accesso agli appalti pubblici.

Come funzionano?

Ma andiamo più nello specifico. Abbiamo lasciato in sospeso prima la questione delle barriere non tariffarie, che qui chiariremo. Questi accordi si compongono principalmente di tre strumenti:

1. La sostanziale eliminazione delle barriere tariffarie, cioè dei dazi. Sostanziale, perché in diversi casi alcune linee tariffarie (in Giappone, ad esempio, quelle di alcune categorie di beni agroalimentari) rimangono in vigore. L’eliminazione può essere immediata o avvenire gradualmente nel corso degli anni (dieci o più). L’efficacia di questo primo strumento varia naturalmente sulla base di quante e quali linee tariffarie fossero già esenti da dazi prima dell’accordo (ad esempio, in Canada erano già esenti più del 70 per cento delle categorie). A questo si associa poi anche l’aumento delle quote di importazione di uno specifico prodotto dall’Unione Europea

2. Eccoci finalmente alle barriere non tariffarie: si tratta di misure la cui incidenza diretta è difficile da vedere e calcolare. Possono essere misure protezionistiche contingenti, come interventi antidumping e sussidi compensativi, o barriere tecniche e normative al commercio, come standard di produzione, etichettatura dei prodotti, valutazioni di conformità, misure sanitarie e fitosanitarie. Anche le procedure doganali stesse, se non vanno in un’ottica di semplificazione, trasparenza e cooperazione possono rappresentare un’ulteriore barriera. Gli accordi tentano di ridurre anche l’incidenza di questi ostacoli, che rendono più costosa, anche se in modo indiretto, la circolazione di beni e servizi. Questo non è solamente importante per alcuni settori strategici (pensiamo ad esempio ai dispositivi medici o ai prodotti farmaceutici), ma anche per i servizi: il riconoscimento delle reciproche qualifiche professionali (come quella di un architetto) può favorire gli scambi in questo settore

3. Infine, gli accordi cercano di fare anche una sorta di manutenzione predittiva, andando cioè a monitorare eventuali politiche nazionali che possano ostacolare l’accesso al mercato. Vietano quindi le disparità di trattamento tra imprese nazionali ed estere ed esigono la protezione dei diritti della proprietà intellettuale. Favoriscono la nascita di politiche di cooperazione regionale e la diffusione di buone pratiche regolatorie. Si possono concentrare anche su obiettivi meno commerciali, come la salvaguardia dell’ambiente o la tutela dei diritti dei lavoratori.

Non va dimenticato che in generale occorre tempo perché gli accordi abbiano effetto: da un lato, l’eliminazione dei dazi avviene in modo graduale, ma soprattutto c’è una iniziale complessità delle pratiche che le aziende devono perfezionare affinché i loro prodotti soddisfino le nuove regole di origine. Inoltre, l’applicazione delle norme va monitorata e serve tempo per costruire da zero una rete distributiva efficace.

Gli accordi hanno avuto un forte impatto positivo sulle esportazioni europee e su quelle italiane soprattutto. Le stime dell’aumento arrivano a toccare il 55% nel lungo periodo per la Corea del Sud e il 10% per il Canada

Questo non deve bastare a spaventare gli esportatori: la performance delle esportazioni europee Corea del Sud, Canada e Giappone dal momento dell’applicazione degli accordi è stata molto buona, con una crescita media annua dell’8%. Questo vale sia in termini di tasso di crescita dell’export italiano nei paesi target, sia in termini di crescita della quota di mercato detenuta dall’Italia.

Le performance migliori sono concentrate nei settori strategici dell’export italiano: alimentari e bevande, macchinari, abbigliamento, tessile e calzature

L’aumento dell’export non è limitato solamente all’eliminazione dei dazi. In particolare, per Corea del Sud, Canada e Giappone, il maggiore contributo alla crescita è venuto dai settori tradizionali del Made in Italy (cioè sistema moda, abbigliamento-calzature-tessile, alimentari e bevande) e dai primi due comparti per peso sul totale esportato dall’Italia nel mondo (macchinari e prodotti in metallo). Tra i servizi, in particolare in particolare è cresciuto l’export per la voce dei viaggi (aumento dei turisti canadesi e coreani in Italia) e dei servizi ad alto contenuto tecnologico (servizi professionali e tecnici, tecnologie dell’informazione e comunicazione).

Le PMI sono tra i maggiori beneficiari, e rappresentano la maggioranza degli esportatori italiani ed europei

Il tema delle barriere è particolarmente sentito dalle piccole imprese, che hanno maggiori difficoltà nell’affrontare i costi fissi di accesso ai mercati più lontani. Questo è particolarmente significativo per l’Italia, dove il 91% delle aziende che fanno export extra-UE e che generano il 23% del fatturato sono piccole aziende. In Germania, si calcola un 80% delle imprese, che genera però solamente l’8% del fatturato.
Sono queste le aziende che possono beneficiare enormemente dagli accordi, una volta superato l’ostacolo amministrativo di adeguarsi alle nuove normative.

 

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