I pericoli dell’Italian Sounding

I pericoli dell’Italian Sounding

Parmesao portoghese, Grana Parrano, Real Asiago Cheese – prodotto in Wisconsin -,  Salam Napoli rumeno, Daniele Sopressata statunitense: senza alcun limite alla fantasia, i produttori stranieri – di formaggio, pomodoro, pasta – sfruttano la notorietà della cultura gastronomica italiana per produrre alimenti che “ricordano” i nostri nel nome e nell’etichetta, con foto stilizzate del Vesuvio, del Colosseo o del Duomo di Milano, e abbondanza di tricolori sulle confezioni.

Caratteristiche e qualità dei prodotti sono lontane anni luce dagli originali, ma gli acquirenti esteri ci cascano e a farne le spese è la nostra industria agroalimentare.

Si tratta del pericoloso fenomeno dell’Italian Sounding, che genera un’enorme economia parallela che, sottraendo quote di mercato ai prodotti “originali” e tutelati, determina pesanti danni alle aziende italiane, ma si connota anche come truffa nei confronti dei consumatori.

Per dare un’idea più precisa, si pensi che, con l’Italian Sounding, si parla di un volume d’affari di 90 miliardi di euro a livello globale, valore che negli ultimi dieci anni è cresciuto del 70%, e pari al triplo del fatturato dell’export italiano del settore alimentare (32,1 miliardi di euro nel 2017).

Questo è quanto emerge dalla ricerca condotta da Assocamerestero con focus in due aree, Europa e Nord America. L’obiettivo: analizzare le tante variabili del fenomeno, comprese tipologia del prodotto e canali di vendita, e valutarne gli impatti sull’export dell’industria nostrana.

I prodotti più imitati sono piatti pronti e surgelati, conserve e condimenti, latticini e pasta. Ma i risultati cambiano se si analizzano separatamente le due aree: in Europa vanno per la maggiore i prodotti della “confectionery”, mentre nell’area Nafta al primo posto sono i latticini.

Il dato interessante è che in alcune realtà e per alcuni prodotti, la scelta dell’Italian sounding rispetto all’originale italiano non è legata a questioni di costo, tanto che alcune tipologie di prodotto possono arrivare a costare fino a due terzi in più degli originali – come i latticini e i prodotti caseari d’imitazione venduti in Francia e in Svizzera, ad esempio.

La difficoltà di reperire il prodotto autentico e la scarsa conoscenza da parte del consumatore straniero delle caratteristiche e della qualità del vero Made in Italy, sembrano quindi essere i due fattori di maggior rischio.

Importante dunque lavorare tutti assieme per diffondere una maggiore consapevolezza sul “Made in Italy”, che sta ad indicare non solo un prodotto di qualità, ma anche un prodotto sicuro, viste le rigide regole imposte ai nostri produttori. Facciamone un punto di forza.

Se sei interessato a leggere tutta l’indagine, clicca il link.

 

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